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Il Native Advertising sbarca sul New York Times

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Pure il New York Times cerca di mantenersi al passo coi tempi, infatti da oggi, 8 Gennaio 2014, il sito web del famosissimo quotidiano newyorkese, presenterà una nuova veste grafica, con una struttura meno colorata, e quindi più simile alla versione originale in bianco e nero del giornale, con una migliore navigabilità per i dispositivi mobile come gli smartphone ed i tablet, e con un maggiore spazio ai contenuti multimediali e alla condivisione tramite social network.

Ma la novità più importante della nuova versione online del New York Times è l’introduzione dei “Native Advertisement” (Pubblicità Native).

Ciò ha molto sorpreso i lettori, poiché, nonostante l’uso dei “Native Ads” sia già molto diffuso negli Stati Uniti, questa è la prima volta che compaiono in una testata giornalistica di tale prestigio ed importanza, letta in tutto il mondo.

 

Ma esattamente cosa sono queste “Pubblicità Native”?

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Questi cosìdetti “Native Advertisement” sono dei contenuti editoriali sponsorizzati dagli inserzionisti, ovvero sono degli articoli a pagamento usati a scopo pubblicitario.

Introdotti anni fa da siti come Buzzfeed, Gawker o TheVerge, imitando il modo in cui è inserita la pubblicità nei social network, come ad esempio in Twitter e Facebook.

Sono sviluppati da un team specializzato, diverso dalla redazione del giornale, composto per lo più da esperti di marketing ed analisti di dati, e sono elaborati in moda tale da offrire ai lettori il contenuto pubblicitario a loro più adatto.

 

new-york-times-2Il fatto di adottare questo nuovo metodo pubblicitario online ha creato non poche polemiche e preoccupazioni all’interno della redazione del giornale, tali al punto che persino la direttrice esecutiva del quotidiano, Jill Abramson, si è dimostrata non del tutto convinta di questa decisione, ed ha garantito che resterà sempre molto attenta e vigile affinchè non si faccia confusione tra i contenuti editoriali e quelli invece a pagamento.

L’amministrazione del New York Times, spiega in sua difesa che è stata una scelta difficile ma necessaria per incrementare i ricavi dalle pubblicità, che risultavano in netta caduta negli ultimi anni.

In ogni caso, rassicurano i dirigenti, che questi articoli-spot saranno ben distinti dai normali articoli, poiché saranno evidenziati in blu e avranno la dicitura “paid post”, ovvero inserzione pagata.

Per il momento le altre altre importanti testate giornalistiche non sembrano intenzionate a seguire l’audace iniziativa del New York Times, ma stiamo sicuri che resteranno vigili sulla situazione, pronte anche loro ad adottare il “Native Advertising”, come nuovo modo di fare pubblicità, qualora porti i risultati desiderati.

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